Tango - ARIZONA 2000

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Tango

Dapprima danza e musica, e più tardi anche testo, poesia, il tango espresse al suo esordio i sentimenti di una massa a metà cammino tra campagna e città. Poi si tinse della nostalgia delle migliaia di immigranti europei che ricordavano la loro terra d’origine. Tra le svariate ipotesi avanzate dagli studiosi attorno all’origine del vocabolo tango, ne esiste una accreditata da un gran numero di testimonianze: una parola di origine africana nata grazie alla presenza degli schiavi neri.  Tan-gó deriverebbe infatti dalla riproduzione vocale del suono generato dalla percussione sul tamburo tramite una mano o un bastone.

La maggior parte degli studiosi, che conferma  la sua origine postribolare, racconta come il tango, già a partire dagli anni 1910-1915 cominciò a depurarsi, a sostituire con metafore i primi testi triviali, a raffinare le sue sfacciate coreografie iniziali, per arrivare, con la benedizione parigina, ai locali del centro di Buenos Aires. Ma c’è anche chi sostiene che esistettero sempre due espressioni del tango: una malfamata e una semplicemente popolare, decente, ballata e suonata nelle case dei quartieri proletari.
Di fatto il tango si trasformò presto in un simbolo di identificazione di Buenos Aires, simbolo che visse la sua epoca d’oro attorno agli anni ’40, anni dell’Argentina delle vacche grasse.

Comunque siano andate le cose, se per l’abitante dei sobborghi, suo creatore, il tango si trasformò in un passaporto d’ingresso alla Buenos Aires luminosa del centro con una identità da esibire, per gli aristocratici mescolatisi con la plebe dei bassifondi per imparare a ballarlo,  diventò un  tocco  esotico da esibire durante i viaggi verso le capitali europee, Parigi in particolare, che se ne invaghirono fino a trasformarlo in una moda.     
Il tango nasce, come ansia di affermazione, nei primi  luoghi di incontro e di socializzazione dell’insediamento suburbano. Accademie, case da ballo, tende degli accampamenti militari destinate allo svago, sale da ballo, peringundines, tutti concentrati soprattutto nella zona sud della città. Qui i musicisti animano le serate suonando a orecchio i diversi ritmi di moda: valzer, chotis, mazurca, habanera, milonga e qualche tango, ancora in via di definizione. Oltre al candombe è già sbarcata a Buenos Aires anche l’habanera, introdotta dai marinai cubani mentre il valzer, approdato in Argentina dalla fine del ‘700 e disdegnato dall’aristocrazia per lo scandaloso avvicinamento della coppia di danzatori, viene incorporato subito alla tradizione popolare.Tutti i ritmi vengono tradotti in danza e gli ultimi nati, milonga e qualche quasi tango, utilizzano spontaneamente figure estratte da altri balli, già amalgamate tra loro in un processo di invenzione che coinvolgerà l’intero genere: musica, coreografia, testo. Il tango nasce così elaborando un codice silenzioso (marcación) attraverso il quale l’uomo guida la compagna e all’interno del quale, il talento femminile è quello di seguire bene.  Le donne sono in netta minoranza all’epoca e la danza rappresenta uno dei pochi momenti di contatto fisico tra i due sessi all’interno di una società marcatamente maschilista. Il ballo si trasforma presto anche in un  momento di  conquista e di seduzione: bisogna assicurarsi un posto e una compagna nel nuovo paese, ma bisogna anche essere in grado di mantenere la posizione conquistata.

Con l’incremento dello sviluppo socio economico e l’ampliamento dell’area urbana, i luoghi dell’incontro cambiano. Il tango passa ai caffè, dove il contatto tra le diverse classi sociali diventa più assiduo e ufficiale. I tanghi suonati e ballati arrivano ai salotti dell’aristocrazia.
Ai primi del ‘900 il tango si è ormai definito musicalmente. Le prime partiture note portano il titolo di tango o tango-milonga e musicalmente si collocano a metà strada tra milonga e habanera. Con il trascorso degli anni il tango, evoluzione della milonga primigenia, rallenta i suoi ritmi, soavizza la sua coreografia ma, la caratteristica che era stata il marchio originale della creazione popolare rioplatense sin dai tempi della payada, l’improvvisazione, resta il filo conduttore.

Tra il 1910 ed il1920 il tango, che ha già debuttato e trionfato a Parigi dando vita ad una moda contagiosa per tutta l’Europa, approda ai cabaret che, insieme ai saloni, sostituiscono postriboli e case da ballo. I musicisti sono ormai giovani diplomati nei conservatori, che leggono leggendo la musica dal  pentagramma e scrivono i pezzi nati dalle improvvisazioni.

Il ballo, pur avendo ancora a che fare con “ragazze di vita”, si è raffinato, adeguandosi  ai clienti del cabaret che appartengono prevalentemente alle classi economiche più elevate, anche se i ballerini dei sobborghi vi hanno libero accesso proprio grazie alla loro abilità nella danza.

Il teatro popolare include nel suo repertorio tanghi e milonghe suonati dal vivo come parte integrante delle opere favorendone l’accettazione da parte delle classi proletarie. Il tango comincia così ad avere una sua versione decente definitiva. Di qui alla radio, che inaugura in questi anni la sua lunga storia, e al cinema muto che contratta orchestre di tango per animare il silenzio del grande schermo.

Il fervore degli anni folli, della sfrenata vita notturna, si spegne negli anni ’30, decade infame della crisi economica mondiale e del colpo di stato di Uriburu, per rivivere un nuovo auge negli anni ’40. L’economia argentina rifiorisce infatti durante la Seconda Guerra Mondiale, i cui paesi coinvolti, comprano a peso d’oro prodotti agricoli e carne per mantenere i loro eserciti in guerra.

L’ingresso di capitale straniero favorisce la floridità dell’economia e incentiva l’investimento in locali di intrattenimento e in produzioni musicali. Si moltiplicano le orchestre con nuovi musicisti che si dedicano alla creazione in funzione dei numerosi ballerini. Il cantante diventa una figura di importanza primaria, tanto che le orchestre verranno ricordate con il nome del loro direttore e del loro cantante come Tanturi - Castillo, D’Arienzo - Echague, Troilo - Fiorentino, D’Agostino - Vargas, Di Sarli - Rufino e molte altre.

L’entusiasmo rallenta negli anni ’50 sopraffatto dalla diffusione massiva dei ritmi nordamericani, costante durante tutti gli anni ’60, e da un pubblico numericamente inferiore, con gusti più raffinati. Da questi anni in avanti il tango sopravvive in locali più intimi, frequentati da pochi estimatori mentre, a partire dagli anni ’70, sono  gli artisti, musicisti e ballerini, ad infondergli un nuovo impulso cominciando ad esportare verso Europa e Giappone spettacoli di grande successo.

Oggi, dopo più di un secolo di avventura fatta di danza, musica e poesia, il tango sembra confermare la definizione attribuitagli da Leopoldo Marechal: “il tango è una possibilità infinita”.

Monica Fumagalli   

 
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